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CUSSE E L'ALTE MUNNE
(Questo e l'altro mondo)
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NEL FILMATO: Peppino
Denora, il demente, rivela alla famiglia Fiore che gli altamurani stanno
fuggendo via.
Trama:
Prologo
iniziale "La cambeine", poesia di Giovanni Denora che narra le
vicende accadute ad Altamura nel 1799 e il rintocco della campana introduce a "Fame
di libertà" (atto unico). Le truppe borboniche, agli ordini del Cardinale
Ruffo, stanno per entrare in Altamura, dopo una eroica resistenza di tre mesi,
che le vale il titolo di "Leonessa di Puglia". Il tragico evento viene vissuto
da una famiglia popolana in modi diversi. Giovanni (il padre), ottuso contadino,
non approva affatto la Repubblica e la ritiene inutile e dannosa; Michele (il
figlio), giovane ribelle, lotta con tutte le sue forze per un ideale: la
libertà; Pasqua (la madre), forte e ragionevole, appoggia il figlio finchè non
appare la morte inesorabile. Giunge a salvarli, quasi come un Deus ex machina,
Peppino (il mentecatto) che porta con sè la verità, ma nessuno gli dà ascolto.
Solo dopo una verifica di persona, Giovanni si rende conto che gli altamurani
stanno scappando di notte, prima dell'irruzione dei calabresi. Ma Michele resta
imperterrito sulla propria posizione disperata e utopistica di difendere
Altamura, anche a costo di morire. La notizia lascia agghiacciati i genitori che
tentano invano di convincerlo a scappare e a salvarsi. Alla fine i soldati
entrano in città e Michele corre fuori per combattere, seguito dalla madre, ma
vengono ammazzati entrambi. Il protagonista, rimasto solo, "esce dal
personaggio" e inizia a parlare col pubblico lanciando un ultimo monito alle
generazioni future, affinchè capiscano il messaggio della rivoluzione. Giungono,
infine, tre colpi alle spalle di Giovanni che si accascia a terra esanime. Il
testo è in vernacolo altamurano e ha il sapore agro-dolce delle tragi-commedie:
nella prima parte si ride a crepapelle con intermezzi seri, fino ad arrivare
lentamente all'opposto e al tragico epilogo, in cui muoiono i protagonisti.
A questo
punto interviene fisicamente la morte che accompagna le anime dei protagonisti
nel trapasso verso l'aldilà : "U dè de dò" (trad.: L'aldilà di qua) monologo
in vernacolo
interamente in versi, suddiviso in tre quadri. La morte è veramente la fine di
tutto o, al contrario, l’inizio di un altra vita ultraterrena? L’idea “du dè”
caratterizzato da una felicità eterna, trascendentale, non solo prende corpo, ma
si allarga a tanti “dè de do”, ovvero, un aldilà per ogni luogo di residenza, un
tranquillo continuum sempiterno, umanizzato ma non umano. Ad accompagnare il
tutto la musica dal vivo degli "Aristogatti", con intermezzi canori
formati da quattro canzoni popolari.

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