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Nino Manfredi
Nino Manfredi, attore frusinate, è
stata ed è una personalità artistica così ricca e poliedrica che è difficile
inquadrarla in uno schema che non sia riduttivo: dal varietà alla radio, dalla
televisione al doppiaggio, dal cinema al palcoscenico, non v’è quasi campo
nel quale egli non abbia avuto modo di eccellere, in virtù d’un
professionismo assai raro nello show business nostrano.
Caparbio e metodico, certosino e determinato, egli è attore che ha pianificato
con cura il proprio percorso: non disdegnando un lungo, paziente apprendistato,
prendendosi il tempo necessario per essere accettato ed amato dal pubblico,
vieppiù affinandosi nella recitazione attraverso la frequentazione
dell’Accademia d’Arte Drammatica ed un lungo tirocinio teatrale, a contatto
con autori come Cocteau
o Goldoni, registi quali Giorgio Strehler od Eduardo De Filippo.
Nel corso della sua lunghissima carriera egli ha affrontato i più diversi
personaggi, segnatamente nel cinema: dal piccolo travet de
"L’impiegato" (1959) di Puccini al rappresentante scambiato per
gerarca in "Anni ruggenti" (1962) di Zampa, dal pubblicitario
truffaldino di "Io la conoscevo bene" (1965) di Pietrangeli
all’emigrante di "Pane e cioccolata" (1974) di Brusati, dal
portantino idealista di "C’eravamo tanto amati" (1974) di Scola al
venditore abusivo in "Cafè express" (1979) di Loy, è tutto un
succedersi di magistrali caratterizzazioni che vanno a comporre un ritratto
d’italiano di volta in volta sommesso o tagliente, bonario o risentito, ilare
od amaro.
A parte, le brillanti prove fornite anche dietro la macchina da presa
nell’episodio "L’avventura di un soldato" (in "L’amore
difficile", 1962) e nell’atipico "Per grazia ricevuta" (1971):
sorta di silente minuetto il primo, diario agrodolce d’una educazione
cattolica in un paesino di provincia il secondo, entrambi dimostrazioni d’un
talento capace di rifulgere sempre e comunque. Di quelli, per capirci, dei quali
in seguito s’è - purtroppo - perduto lo stampo.
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